Valcourt e l’Armagnac della Cometa
Testo e idea di Enzo Favaro – immagine rielaborata dal web

La serata era cominciata con quella grazia lenta che appartiene solo alle case antiche, dove il tempo pare scorrere con maggiore indulgenza verso gli uomini e le loro debolezze.
Nella grande sala rivestita di arazzi, tra pannelli dipinti e mobili scuri che sembravano trattenere il respiro di molte generazioni, Monsignor Aurelio Valcourt sedeva a tavola con un’aria di composta soddisfazione, le mani adagiate accanto alla tovaglia ricamata e il volto inclinato in quel modo che egli riteneva — non del tutto a torto — discretamente autorevole.
Attorno a lui si raccoglievano tre ecclesiastici e un vecchio gentiluomo dall’aria vivace, uno di quei personaggi che paiono vivere soltanto per raccontare episodi, correggere date e sollevare il dito nel momento esatto in cui credono di aver colto un errore altrui. Le vesti dei prelati — violacee, nere, rosse, con riflessi morbidi di seta e lana fine — davano alla scena una magnificenza quasi teatrale. Sul tavolo, tra bicchieri sottili e una coppa di frutta, troneggiava la vera ragione dell’incontro: una bottiglia di Armagnac del 1811, custodita come una reliquia laica e osservata da Valcourt con un rispetto che, in altre circostanze, avrebbe forse riservato a un ostensorio.
L’annata, egli lo ricordava perfettamente, era famosa: l’anno della cometa.
E per ciò solo, ai suoi occhi, meritava un rango superiore. Non bastava che fosse un grande Armagnac, no; bisognava che fosse anche un’annata capace di evocare il cielo, il destino e, per il tramite di un’associazione tutta valcourtiana, l’orbita stessa della gloria napoleonica.
“Messieurs,” disse infine, posando due dita sul vetro della bottiglia come un cerimoniere che presenta una reliquia imperiale, “non è un semplice liquore. È un testimone.”
Il prelato in viola sorrise con indulgenza.
Il sacerdote in nero piegò appena il capo, come a voler lasciare intendere che sì, certamente, ogni cosa per Valcourt finiva prima o poi per essere un testimone di Napoleone Bonaparte.
Ma il vecchio gentiluomo, già divertito ancor prima che la conversazione prendesse slancio, domandò:
“Un testimone di che cosa, monsignore? Della vite, del sole di Guascogna o delle sue solite nostalgie?”
Valcourt non si offese. Anzi, si compiacque di quella provocazione lieve, perché gli offriva la possibilità di una risposta misurata e solenne.
“Di un’epoca,” dichiarò. “Del gusto che accompagna i grandi destini. L’Armagnac era, se mi permettete, il brandy dell’Imperatore. Forte, netto, senza frivolezze. Non un vino per salotti oziosi, ma una bevanda da uomini che hanno conosciuto la fatica, il comando, la decisione.”
A quel punto il prelato seduto accanto al tavolo sollevò il cappello in un gesto quasi cerimoniale, mentre l’altro, in piedi, accennava con le mani come a voler interrompere una troppo prevedibile apoteosi. Ma ormai Valcourt era lanciato.
E quando era lanciato su Napoleone, fermarlo era impresa superiore alle forze umane e, talvolta, anche a quelle ecclesiastiche.
Il tappo fu estratto con attenzione reverenziale.
Un profumo pieno, caldo, ambrato, si sparse nella sala: legno, frutta secca, vaniglia, un’ombra lontana di prugna e qualcosa di più profondo, quasi una memoria di cantina. Valcourt chiuse per un istante gli occhi. Se avesse potuto, probabilmente avrebbe fatto precedere l’assaggio da un piccolo discorso inaugurale.
“1811…” mormorò. “L’anno della cometa. Un anno che non poteva generare nulla di mediocre.”
“Come vostra eccellenza quando parla di Bonaparte,” osservò il vecchio gentiluomo, chinandosi in un mezzo inchino ironico.
Qualche risata discreta si levò attorno al tavolo.
Valcourt tollerò l’insolenza con magnanimità. In fondo, quella sera era troppo felice per offendersi davvero.
Il liquore fu versato nei piccoli bicchieri. La luce gli attraversò il colore con riflessi di miele bruno e rame. Valcourt sollevò il suo con una lentezza studiata e disse:
“All’Imperatore.”
Nessuno ebbe il coraggio — o la scortesia — di correggere il brindisi.
I presenti bevvero.
Seguì un breve silenzio, quel silenzio serio che solo le cose riuscite sanno imporre. Il prelato in nero abbassò lo sguardo sul bicchiere vuoto, quasi sorpreso di avere apprezzato tanto una bevanda che, in principio, si era proposto di giudicare con severità. Il gentiluomo, invece, si passò il pollice sulle labbra e dichiarò che sì, bisognava ammetterlo, c’era in quell’Armagnac una nobiltà schietta, qualcosa di fermo e di vasto.
Valcourt, naturalmente, vide in questa semplice constatazione la conferma di una tesi molto più ampia.
“Ecco, vedete?” disse subito. “È il gusto stesso del comando. Prima colpisce, poi convince. Non blandisce. Si impone.”
“Come Austerlitz in bottiglia?” suggerì uno degli ecclesiastici.
Valcourt si illuminò.
“Precisamente.”
Da quel momento la conversazione prese la piega che tutti, in fondo, avevano previsto. Si parlò di campagne, di uomini, di rapidità decisionale, di quella qualità quasi soprannaturale con cui Napoleone sapeva trasformare un terreno, una marcia, una giornata di nebbia in un’occasione di vittoria. E ogni volta che uno dei presenti tentava di ricondurre il discorso a considerazioni più sobrie — un vescovado vacante, un benefattore generoso, una questione di restauri — Valcourt tornava gentilmente, ma con inflessibile tenacia, all’Imperatore e al suo Armagnac.
Persino la frutta sulla tavola finì per assumere un valore storico.
Un grappolo d’uva fu paragonato alla compattezza della Guardia.
Un’arancia, sbucciata con elegante distrazione, suggerì a Valcourt una riflessione sul modo in cui il genio militare, come certi frutti rari, contiene sotto una scorza ordinaria una polpa d’eccezione.
Il vecchio gentiluomo rise così forte che dovette posare il bicchiere.
Quando la bottiglia si fu abbassata di un terzo — evento che Valcourt constatò con insieme tristezza e compiacimento — l’atmosfera si era fatta più morbida, più franca, quasi confidenziale. Le mani si muovevano con maggior libertà, i sorrisi si lasciavano andare, e perfino il prelato più austero mostrò di possedere una memoria discretamente mondana di pranzi vescovili e bottiglie non indegne.
Valcourt, ormai nel pieno di quella letizia un poco solenne che l’Armagnac sapeva suscitargli, si appoggiò allo schienale e osservò la compagnia con tenera superiorità. Gli parve che tutto fosse al suo posto: il tavolo, i bicchieri, la sala antica, le stoffe, i frutti, i visi raccolti attorno al liquore color dell’ambra. E soprattutto gli parve giusto che, anche in una sera tanto placida e provinciale, la figura di Napoleone fosse riuscita ancora una volta a imporsi, sia pure per via indiretta, attraverso il calore di un brandy nato sotto una cometa.
Prima di congedarsi, volle versare a ciascuno l’ultima goccia.
Poi, guardando la bottiglia quasi vuota, pronunciò con una gravità che sfiorava il ridicolo ma non vi cadeva mai del tutto:
“Gli uomini passano. Gli imperi crollano. Le mode svaniscono. Ma certe annate restano.”
Il vecchio gentiluomo sospirò, infilò i guanti e rispose:
“E anche certi discorsi, monsignore.”
Valcourt sorrise.
Accettò l’ironica stoccata come un complimento.
E quella notte, rientrato nelle sue stanze, prima ancora di spogliarsi, si fermò un istante davanti allo specchio. Si osservò con attenzione, si aggiustò appena il colletto e, forse per effetto dell’Armagnac del 1811, gli sembrò che nel proprio sguardo ci fosse un’ombra di quella fermezza imperiale che tanto ammirava.
Non era molto.
Ma per Monsignor Aurelio Valcourt, in certe sere fortunate, bastava.


