VALCOURT

Monsignor Aurelio Valcourt e la lezione inutile

Testo e idea di Enzo Favaro – immagine dal web

Ci sono uomini che parlano per insegnare, e altri che ascoltano per confermare ciò che già sanno. Monsignor Aurelio Valcourt apparteneva senza dubbio ai secondi, anche quando fingeva con grande eleganza di essere tra i primi. Quel giorno, seduto accanto alla fontana, aveva accettato di ascoltare un monaco. O forse, più semplicemente, aveva deciso di assistere a una rappresentazione che gli sembrava utile, se non altro per osservare un diverso modo di esercitare un’autorità che non aveva bisogno di essere dichiarata.

Il monaco parlava con calma, con quella lentezza che appartiene a chi è convinto che il tempo lavori per lui. Le mani si muovevano appena, un dito sollevato ogni tanto a segnare un passaggio, una pausa studiata per lasciare spazio al pensiero. Aveva un libro aperto sulle ginocchia, ma non lo guardava quasi mai. Non ne aveva bisogno. Le parole sembravano già ordinate dentro di lui, come se fossero state ripetute così tante volte da diventare inevitabili.

Valcourt lo osservava inclinando leggermente il busto, in una posizione che poteva sembrare di rispetto, ma che in realtà era solo una forma di attenzione calcolata. Non perdeva un gesto, non una variazione di tono, non un’incertezza. Perché anche lì, in quella scena così quieta, cercava qualcosa. Non il contenuto delle parole, ma la struttura. Il modo in cui venivano offerte. Il modo in cui cercavano di convincere.

“Il distacco,” diceva il monaco, “è l’unica via per non essere dominati dalle cose.”

Valcourt annuì lentamente, ma dentro di sé sorrise. Non perché trovasse l’idea sbagliata, ma perché gli sembrava incompleta. Il distacco, pensava, è utile solo a chi non ha mai provato il piacere del controllo. Chi ha assaggiato anche solo per un istante la sensazione di disporre le cose – un gesto, una parola, una posizione – non cerca il distacco. Cerca precisione.

Il monaco continuava, parlava di rinuncia, di equilibrio, di silenzio. Valcourt seguiva, ma non nel modo previsto. Per lui quelle parole non erano verità, erano strumenti. E ogni strumento andava valutato per ciò che permetteva di fare, non per ciò che dichiarava.

A un certo punto il monaco si fermò, come se avesse concluso un passaggio importante. Alzò lo sguardo e incrociò quello di Valcourt. C’era un’attesa, un invito implicito a rispondere, a partecipare, a mostrare di aver compreso.

Valcourt si sporse appena, avvicinando il volto, come se volesse condividere qualcosa di confidenziale. La sua voce fu bassa, controllata.

“Eppure,” disse, “anche il distacco… deve essere esercitato con metodo.”

Il monaco lo guardò, leggermente sorpreso. Non era una contraddizione, ma non era nemmeno una conferma. Era uno spostamento. Piccolo, ma preciso.

Valcourt continuò, senza alzare il tono. “Se non si decide come e quando rinunciare… non è distacco. È solo perdita.”

Il monaco non rispose subito. Per un attimo, il gesto della mano rimase sospeso, come se cercasse una nuova posizione. Poi abbassò lentamente le dita, richiuse il libro, e si limitò ad annuire. Non era una resa, ma neppure una vittoria. Era qualcosa di diverso, una zona incerta dove le parole non bastano più.

Valcourt si raddrizzò leggermente. Non aveva bisogno di aggiungere altro. Non aveva cercato di convincere, ma di introdurre un ordine diverso. Più sottile. Più utile.

Si alzò con calma, raccolse il cappello che aveva appoggiato accanto a sé, e fece un cenno breve, quasi formale. Il monaco lo seguì con lo sguardo, senza parlare.

Mentre si allontanava, Valcourt pensò che quella non era stata una conversazione. Era stata una disposizione. Un piccolo aggiustamento in un sistema che si credeva stabile.

E ancora una volta, senza troni, senza lettere, senza vassoi, aveva fatto ciò che ormai gli riusciva naturale.

Non ascoltare per capire.

Ma ascoltare… per correggere.

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