10. Il diritto dei nomi
Amerongen, 2–5 gennaio 1912
De Graaff lesse la domanda in piedi.
Quando i nomi potranno essere riuniti, dovranno esserlo?
La biblioteca era rimasta fredda durante la loro assenza. Sul tavolino, le due metà della matrice sembravano aver trattenuto la temperatura della notte. La Primavera e l’Inverno erano ancora ai lati del rame; le fotografie dell’Estate e dell’Autunno avevano cominciato a incurvarsi agli angoli.
— Avete trovato il sigillo — disse.
— Lo abbiamo lasciato dov’era — rispose Clara.
De Graaff guardò l’incavo vuoto della tavoletta. — Allora questa non serve.
— Serve a ricordare che le due cose combaciano senza doverle possedere insieme.
Enno posò sul tavolo il calco dell’EF e il disegno della mano aperta. De Graaff li esaminò senza entusiasmo. Aveva trascorso la vita a proteggere oggetti; l’idea che la custodia potesse consistere nel lasciarne uno lontano gli sembrava una contraddizione.
— E le cinquantasette caselle?
— Cinquantasei vuote — disse Enno. — Quella della 161 segnata.
— Dobbiamo completarle.
Clara si tolse i guanti. — Non è scritto da nessuna parte.
— Perché altrimenti porre la domanda?
— Per impedire che una possibilità venga scambiata per un dovere.
De Graaff aprì la porta nascosta. La cassettiera apparve nella luce grigia del mattino, con cinquantasei cassetti occupati e il vano della 161 ancora vuoto. Per giorni avevano considerato quel vuoto una mancanza. Ora sembrava un margine lasciato intenzionalmente fra loro e ciò che desideravano sapere.
Decisero di tentare una prova limitata. Non avrebbero letto tutte le carte. Ne avrebbero scelte quattro, abbastanza per comprendere che cosa significasse riunire un nome senza ricostruire l’intera rete.
Clara indicò la 184, già aperta. — Questa è indispensabile. Conosciamo la funzione e sappiamo che fu occupata da persone diverse.
De Graaff scelse la 163 e la 199 e le posò una accanto all’altra. Le due carte raffiguravano lo stesso falconiere a cavallo. La posa dell’uomo, il profilo del cavallo e il rapace tenuto sul pugno erano quasi identici. Anche la didascalia, in olandese, era la stessa.
— Due copie della stessa carta — disse Enno.
Clara non rispose. Avvicinò le immagini alla luce e osservò le cornici. Intorno alla 163 crescevano fiori chiari e rami appena germogliati. Nella 199 comparivano foglie secche, bacche scure e i colori dell’Autunno.


Carte 163 e 199 — lo stesso falconiere, la partenza e il ritorno.
— Non sono due copie — disse infine. — Sono due momenti.
Indicò la prima carta. — Primavera. La partenza.
Poi sfiorò la seconda. — Autunno. Il ritorno.
Il cavaliere non rappresentava due uomini diversi. Era lo stesso uomo all’inizio e alla fine di un viaggio. Nella 163 lasciava un luogo; nella 199 vi faceva ritorno. Tra le due immagini mancava tutto ciò che gli era accaduto lungo la strada.
De Graaff voltò le carte. Sul verso compariva lo stesso nome, scritto dalla medesima mano. Nella 163 era seguito da un segno rivolto verso l’esterno; nella 199 lo stesso segno appariva capovolto, orientato verso il punto di partenza.
Applicarono il metodo delle stagioni. La Primavera stabilì la direzione iniziale. L’Estate impose il passo di quattro segni. L’Autunno rovesciò il percorso. L’Inverno fornì le corrispondenze alfabetiche e confermò che il nome era lo stesso.
— Primavera per partire, Autunno per tornare — disse Enno.
— E ciò che è avvenuto fra le due carte è stato cancellato — aggiunse Clara.
Il volto era rimasto immutato, ma quella somiglianza non sembrava più un errore della matrice. Qualcuno aveva voluto conservare la partenza e il ritorno, lasciando nell’ombra il viaggio.
Vicino al margine inferiore di entrambe le carte compariva il piccolo sigillo EF. Non indicava due persone: legava i due momenti della stessa missione.
— Almeno sappiamo che era lui — disse De Graaff.
Clara scosse il capo. — Sappiamo che chi compose le carte volle farci leggere un solo nome. Non sappiamo che cosa quell’uomo fece durante il viaggio, né perché il suo ritorno dovesse essere nascosto.
Enno scelse poi la 188 e la 198. Le carte mostravano due uomini diversi: la prima un giovane ufficiale di profilo, con un falcone sul pugno; la seconda un comandante più anziano e barbuto, con un bastone ricurvo nella mano. Sul verso, tuttavia, portavano la stessa funzione: Moskovitische officier te paard; sotto, la stessa formula operativa: colui che attraversa senza lasciare il proprio sigillo.


Carte 188 e 198 — due uomini, la stessa funzione
La lettura nascosta produsse due nomi diversi, separati da quasi quarant’anni.
— Una funzione in due uomini — disse Enno.
La 184 aveva già mostrato tre persone nello stesso posto. Le carte 188 e 198 confermavano che la stessa funzione poteva essere rappresentata da immagini diverse e affidata a uomini differenti. Il sistema non proteggeva la coerenza di un mazzo. Proteggeva la possibilità di riutilizzarlo.
Sul tavolo avevano ora tre forme di instabilità.
Una carta, più persone.
Una persona, più carte.
Una stessa funzione, immagini e uomini differenti.
— Se riuniamo tutto — disse Enno — non otteniamo l’elenco dei membri. Otteniamo una rete di attribuzioni, correzioni e sostituzioni.
— Una storia — disse De Graaff.
— Sì. Ma non una storia innocente.
Fra le velature della 199 compariva una nota più tarda: non scrivere il nome della donna. La mano che l’aveva tracciata non spiegava quale donna né perché dovesse restare anonima.
De Graaff prese la lente. — Potremmo leggerlo comunque.
— Potremmo — disse Clara.
Il silenzio che seguì non era esitazione tecnica. Avevano il metodo, le carte e abbastanza tempo. Mancava soltanto il diritto.
Enno pensò a Matěj. Il suo nome era stato cancellato perché potesse continuare a vivere come Mattheus van Steen. Restituirgli il primo nome, quattro secoli dopo, sembrava un atto di giustizia. Ma la rete non aveva protetto soltanto uomini morti. Aveva protetto famiglie, corrispondenti, figli non ancora nati, persone che non avevano scelto di entrare nelle carte.
— I morti non possono essere danneggiati — disse De Graaff.
— Possono esserlo i vivi attraverso ciò che raccontiamo dei morti — rispose Clara.
— Dopo tre secoli?
— Non è il tempo a rendere vero un collegamento incerto.
Enno voltò la carta 199. La donna non nominata rimase sotto la velatura. — Se leggiamo per sapere che cosa accadde, trasformiamo la rete in ciò che voleva evitare: un unico documento capace di consegnare tutti.
De Graaff richiuse il cassetto con più forza del necessario. — Allora perché abbiamo aperto la stanza?
— Per capire che cosa conteneva — disse Enno.
— E adesso la richiudiamo.
— Non nello stesso modo.
La differenza non convinse De Graaff. Per lui custodire aveva sempre significato impedire l’accesso. Enno cominciava a comprendere una custodia diversa: conservare gli indizi, documentare il metodo e lasciare incompleta la ricostruzione.
Clara propose tre regole.
La prima: nessun nome sarebbe stato trascritto fuori dalla carta che lo portava.
La seconda: il metodo della 161 sarebbe stato conservato separatamente dalla cassettiera.
La terza: avrebbero redatto non un elenco di persone, ma un inventario delle funzioni e delle trasformazioni materiali.
— Così chi verrà dopo potrà ricominciare — disse De Graaff.
— Potrà scegliere — rispose Clara. — Non è la stessa cosa.
— E se sceglierà male?
— Non possiamo proteggere il futuro privandolo di ogni decisione.
Enno guardò il calco della mano aperta. Ricevere senza stringere. La figura non offriva una soluzione morale; impediva soltanto di confondere la custodia con il possesso.
Per due giorni lavorarono all’inventario. De Graaff descrisse supporti, pigmenti, filigrane, cuciture e restauri. Clara registrò le formule funzionali senza completare i nomi coperti. Enno ricostruì gli spostamenti certi delle quattro 161: il libro, le piante, il pegno, lo scrittoio.
Scrisse anche ciò che non sapevano.
Non sapevano chi avesse inciso per primo EF.
Non sapevano se Ex Fide fosse l’origine della sigla o una spiegazione successiva.
Non sapevano quante persone fossero passate attraverso i cinquantasette posti.
Non sapevano se i richiami fra gli oggetti fossero stati predisposti intenzionalmente o fossero il risultato del loro modo di leggerli.
Clara lesse l’ultima frase. — Questa non appartiene all’inventario.
— È un oggetto della raccolta.
— È una vostra interpretazione dell’oggetto.
Enno cancellò la frase.
— Meglio?
— Più onesto.
La notte del 4 gennaio, De Graaff li chiamò nella stanza segreta. Sul pavimento aveva disposto le cinquantasei carte della cassettiera secondo la sequenza numerica. Il posto della 161 era rimasto vuoto, segnato soltanto da uno spazio fra la 160 e la 162.
— Che cosa fate? — domandò Enno.
— Controllo che non manchi altro.
— Mancava una carta che doveva esserci — disse Enno.
De Graaff indicò l’ultimo cassetto. — E qui c’è qualcosa che non appartiene al mazzo.
Il fondo del 214 era più alto degli altri. Sollevata la fodera, trovarono un foglio sottile ripiegato dietro la matrice. Non aveva numero, cornice né verso dipinto. Non era una carta del mazzo, ma uno studio preparatorio su carta settecentesca.
Sul recto si vedeva soltanto un tavolo. Sopra, quattro rettangoli chiari disposti intorno a un piccolo cerchio scuro. Nell’angolo inferiore, appena visibile, EF.

— Uno schizzo per una carta mai realizzata? — disse De Graaff.
Clara misurò il foglio. — Stessa filigrana delle aggiunte settecentesche, ma formato diverso. Non entra nel conteggio delle sessanta.
Sul verso non c’era una funzione. Una sola frase, in olandese:
Quando l’ultimo custode avrà disposto l’anno sul tavolo, la carta non dovrà più rappresentare un uomo.
Enno guardò il disegno. I quattro rettangoli potevano essere le stagioni. Il cerchio scuro poteva essere il sigillo.
— L’ultimo custode — disse De Graaff. — Voi.
— Oppure chi ha disegnato questa carta immaginava una scena che prima o poi si sarebbe ripetuta.
Clara osservò la figura con la lente. — Il tavolo non è questo.
— Come potete dirlo?
— È più piccolo. Rotondo. E dietro c’è una finestra bassa.
Enno conosceva ogni tavolo del castello. Nessuno corrispondeva.
Nella parte inferiore della carta esisteva una velatura. Non la lessero.
La decisione fu presa senza discussione.
Clara ripose il foglio preparatorio dietro la 214. De Graaff ricollocò la fodera.
Chiusero la parete.
La stanza segreta non scomparve. Rimase dietro i pannelli, reale, misurabile e incompleta.
Sul tavolino della biblioteca restarono le quattro stagioni riunite, la matrice spezzata e la tavoletta vuota.
Enno non impresse il sigillo sulle cinquantasette caselle.
Lasciò che la domanda restasse aperta.

