Le carte ombra di Amerongen

9. La biblioteca partita

Dublino, 27–30 dicembre 1911

La casa Fagel aveva lasciato partire quasi tutto.

Nel 1802, dopo che gli sconvolgimenti rivoluzionari avevano costretto Hendrik Fagel a trasferire in Inghilterra la biblioteca di famiglia, migliaia di libri, opuscoli e carte geografiche erano stati acquistati per il Trinity College di Dublino. Non una cassa dimenticata, dunque, ma una biblioteca intera aveva attraversato il mare.

— È il nascondiglio più grande che abbiamo incontrato — disse Enno.

Clara richiuse il catalogo. — Non chiamatelo nascondiglio. Quei libri non furono comprati per occultare il vostro sigillo.

— Ma il sigillo potrebbe aver viaggiato con loro.

— Questo sì.

De Graaff non volle lasciare Amerongen. Custodiva la matrice spezzata, la Primavera e l’Inverno; inoltre diffidava del mare e di qualunque biblioteca nella quale non potesse controllare personalmente le chiavi. Consegnò a Clara la tavoletta di pero.

Arrivarono a Dublino sotto una pioggia sottile. Il freddo non aveva la nettezza di Amerongen: entrava nei vestiti e vi rimaneva. Dal selciato umido il Trinity College appariva compatto e silenzioso, come se le sue pietre avessero assorbito il rumore della città.

La biblioteca Fagel non era conservata come un corpo estraneo. I volumi occupavano scaffali, armadi e raccolte ordinate per materia. La sua vastità rendeva ridicola l’idea di cercare un ovale di metallo largo due dita.

Clara cominciò dagli inventari di vendita. — Non cerchiamo il sigillo. Cerchiamo ciò che avrebbe potuto contenerlo.

— Una scatola.

— Una scatola sarebbe stata registrata. Un oggetto descritto per ciò che sembra, invece, può sopravvivere senza essere riconosciuto.

La tavoletta forniva tre misure: lunghezza, larghezza e profondità dell’incavo. Enno le copiò sul margine del catalogo. Il medaglione non poteva essere più spesso di una moneta; poteva entrare nella coperta di un libro, nel dorso di un atlante, nel pomo di un sigillo più grande o fra due fogli incollati.

Il primo giorno esaminarono gli elenchi dei manoscritti e delle opere botaniche. Trovarono erbari, cataloghi di fiori, trattati sui giardini, incisioni colorate e registri di prezzi dei tulipani. Nulla portava EF in modo riconoscibile.

Trovarono invece molte E e molte F.

In una raccolta di emblemi, Ex Fide era il motto di una figura inginocchiata. In un trattato giuridico, le lettere indicavano due capitoli dell’indice. Nel libro dei conti di un mercante erano le iniziali di un compratore. Ogni coincidenza sembrava esatta per alcuni minuti e poi si scioglieva.

— È questo il pericolo di una sigla — disse Clara. — Quando cominciate a cercarla, il mondo si riempie delle sue lettere.

Enno pensò al proprio nome. — Vale anche per i cognomi.

Nel pomeriggio individuarono una discrepanza. L’inventario redatto all’Aia registrava venticinque portafogli di carte sciolte. Quello inglese preparato per la vendita ne contava ventiquattro, più un atlante senza autore descritto come Raccolta di strade, giardini e fortezze.

— Un portafoglio rilegato per sembrare un atlante — disse Enno.

— Oppure un errore di conteggio.

L’atlante esisteva ancora. Era grande, pesante e privo di titolo sul dorso. Le carte erano state montate su fogli di sostegno nel Settecento; alcune mostravano città, altre tenute, canali, fortificazioni e itinerari postali. Nessuna apparteneva allo stesso progetto.

Sul primo foglio, a matita, qualcuno aveva scritto: Ordo incertus. Ordine incerto.

— Non è un atlante — disse Clara. — È ciò che rimane quando l’ordine originario è perduto.

Enno sfogliò lentamente. Una pianta dell’Aia conservava nel margine il disegno di una casa a cinque tratti. Una mappa dei Paesi Bassi mostrava una linea verde che univa città prive di rapporto geografico evidente. Un giardino italiano aveva una torre quadrata nell’angolo superiore.

— Monte San Savino?

Clara confrontò la pianta con il loro schizzo del Cassero. — Potrebbe esserlo. Ma manca il nome e la torre è stata ridisegnata.

Sotto la carta italiana ne era stata incollata un’altra. La luce radente rivelò un bordo, ma non consentiva di separare i fogli. Clara seguì con un dito la cucitura: lo stesso punto obliquo osservato a Leida e sulla carta 184.

— Qui qualcuno ha riordinato materiali provenienti da raccolte diverse.

— Matěj?

— No. La legatura è posteriore di almeno un secolo. Ma chi l’ha fatta conosceva il modo in cui quei fogli erano collegati.

Nel margine inferiore compariva il numero 200. Non scritto a inchiostro, ma ottenuto con tre piccoli fori e due tratti di grafite.

La carta della donna sulla soglia li aveva condotti fin lì.

Il secondo giorno chiesero di vedere l’atlante senza il sostegno di lettura. Clara esaminò la coperta. Il piatto anteriore era di cartone rivestito in pelle; quello posteriore produceva un suono leggermente diverso quando veniva sfiorato con l’unghia.

— C’è una riparazione — disse.

Lungo il bordo interno, sotto una striscia di pelle, affiorava un filo verde diventato grigio. Era uguale a quello dell’involto trovato nello scrittoio di Amerongen.

Non aprirono nulla. Clara compilò una richiesta, descrisse la cucitura, indicò la possibile presenza di un elemento metallico e attese. Enno trascorse tre ore davanti all’atlante chiuso.

— Finalmente un ostacolo che vi costringe ad aspettare — disse Clara.

— L’attesa è uno strumento poco preciso.

— Ma qualche volta è l’unico consentito.

L’esame fu autorizzato la mattina seguente. La striscia di pelle era già sollevata in un punto da una vecchia frattura. Sotto, la cucitura non fissava soltanto la coperta: chiudeva una tasca ricavata fra due cartoni.

Dentro non c’era il sigillo.

C’era un disco di carta cerata, grande quanto l’incavo della tavoletta. Portava l’impronta di EF, ma il metallo che l’aveva prodotta era stato rimosso. Sul verso, una freccia puntava verso una parola: via.

— Ancora un passaggio — disse Enno.

Clara appoggiò il disco nell’incavo. Coincideva perfettamente. — Questo dimostra che la tavoletta e l’atlante sono stati insieme. Non che il sigillo sia ancora qui.

Nella tasca rimaneva un foglio piegato quattro volte. Non conteneva nomi. Elencava oggetti: un anello, due chiavi, un piccolo cavaliere di piombo, un sigillo ovale, una matrice rotta, quattro impressioni della carta maestra.

Accanto a ogni voce c’era una destinazione. Le quattro impressioni erano indicate con i luoghi che già conoscevano. La matrice e il cavaliere recavano la parola Amerongen. L’anello e le chiavi avevano destinazioni cancellate.

Per il sigillo era scritto soltanto: con ciò che mostra tutte le strade e non ne percorre nessuna.

Enno guardò l’atlante. — È rimasto nel libro.

— L’atlante mostra strade, ma ha percorso il mare.

— Allora una carta geografica.

La raccolta Fagel ne possedeva migliaia.

La frase non indicava una mappa particolare. Indicava una funzione: mostrare tutte le strade senza sceglierne una. Clara tornò all’indice del volume. Fra le piante di città, i giardini e le fortezze esisteva un solo foglio che non descriveva un luogo. Era una tavola delle direzioni dei venti, composta da cerchi concentrici e trentadue raggi.

La trovarono quasi alla fine dell’atlante. Al centro, dove avrebbe dovuto esserci la rosa dei venti, era applicato un sole di ottone. Sembrava una decorazione. I raggi, però, non erano incisi nel metallo: partivano dalla carta e scomparivano sotto il disco.

Clara misurò il sole. Era più largo dell’incavo ovale.

— Non può essere il sigillo.

Enno osservò il bordo. Il disco era formato da due elementi sovrapposti. La parte esterna, circolare, copriva un medaglione centrale più piccolo.

Non lo toccarono. Una radiografia avrebbe mostrato se il centro fosse separabile, ma nel 1911 la biblioteca non disponeva dell’apparecchio necessario e nessuno avrebbe autorizzato il trasferimento dell’atlante durante le festività.

— Possiamo aspettare — disse Clara.

Enno non rispose. Sotto la luce, il metallo rivelava un graffio verticale e due curve consumate. Non si vedevano lettere intere. Soltanto ciò che il tempo aveva risparmiato.

Il responsabile della sala consentì un esame con lente e specchio. Clara fece scorrere sotto il bordo una striscia sottilissima di carta giapponese. In un punto entrò per alcuni millimetri; negli altri si fermò. Il medaglione centrale era inserito a pressione.

Sul retro del foglio, visibile controluce, compariva una breve istruzione in olandese: Girare soltanto quando l’anno è riunito.

— Le quattro stagioni — disse Enno.

— Sono ad Amerongen.

La distanza era parte della precauzione. Il sigillo poteva essere trovato a Dublino, ma non rimosso correttamente senza la posizione fornita dalla 161. Chi possedeva l’atlante non aveva l’Inverno; chi custodiva l’Inverno ignorava in quale delle migliaia di carte fosse nascosto il disco.

Clara copiò i trentadue raggi. Quattro erano più lunghi e terminavano con segni quasi invisibili: germoglio, sole, foglia, ramo nudo. Non indicavano i punti cardinali. Dovevano essere sovrapposti alle quattro stagioni e letti nell’ordine stabilito.

— Possiamo riportare il disegno ad Amerongen — disse Enno.

— E lasciare qui il metallo.

— Poi torneremo.

— Se il risultato ci dirà come aprirlo.

La sera, nella stanza d’albergo, Clara sovrappose alla copia della rosa dei venti il lucido sul quale aveva riunito le quattro istruzioni stagionali.

Il germoglio stabilì l’alto; il sole impose di contare quattro raggi; la foglia indicò le linee coperte; il ramo nudo fornì l’ordine finale. Sui quattro raggi più lunghi apparvero lettere che, isolate, sembravano abbreviazioni geografiche: A, P, R, I.

— Apri — lesse Enno.

Non era una soluzione cifrata. Era un’istruzione.

Il mattino dopo tornarono all’atlante. Posero accanto al foglio una copia trasparente della rosa orientata secondo l’Inverno. I quattro raggi lunghi indicavano piccoli incavi sul disco esterno. Premuti nell’ordine delle stagioni con uno strumento d’osso, liberarono il centro senza danneggiare la carta.

Il medaglione ovale cadde sul feltro.

Su una faccia portava EF circondato da cinquantasette punti. Sull’altra non c’era uno stemma, né un nome. C’era una mano aperta.

Clara lo inserì nella tavoletta di pero. Entrò senza gioco. Il sigillo era quello cercato.

Enno si aspettava di sentire compiuta la storia. Sentì invece il peso minimo di un oggetto che aveva attraversato i secoli nascosto in una carta geografica.

— Ora possiamo imprimere EF — disse.

— Possiamo riprodurre un’impronta — rispose Clara. — Non riceviamo per questo l’autorità di chi la usò.

Sotto il medaglione, il sole di ottone nascondeva una seconda cavità. Conteneva una striscia di pergamena arrotolata. Clara la distese.

Non era un elenco. Era una domanda, scritta in quattro lingue:

Quando i nomi potranno essere riuniti, dovranno esserlo?

Seguivano cinquantasette piccole caselle. Cinquantasei erano vuote. Quella corrispondente alla 161 portava un’impronta EF quasi cancellata.

— Qualcuno ha risposto soltanto per la 161 — disse Enno.

— O ha segnato che soltanto la 161 poteva porre la domanda.

Le altre carte conservavano funzioni e nomi sovrapposti. Riunirli avrebbe potuto restituire una storia alle persone cancellate. Avrebbe anche ricostruito una rete concepita per impedirne la conoscenza completa.

Il sigillo non concludeva il mistero. Consegnava loro una responsabilità che nessun documento poteva risolvere.

— Lo riportiamo ad Amerongen? — domandò Enno.

Clara guardò la mano aperta incisa sul verso. — No. Il sigillo appartiene all’atlante finché non decidiamo che cosa farne. Porteremo la tavoletta, le copie e la domanda.

Il medaglione tornò al centro della rosa dei venti. I quattro punti di pressione tornarono in posizione con un suono appena percettibile.

Enno avrebbe potuto interpretarlo come una serratura.

Gli sembrò invece il rumore di una mano che si chiudeva senza trattenere nulla.

Prima di lasciare la biblioteca, ricontrollò il foglio della domanda. In fondo, sotto la casella della 161, una macchia scura attraversava la pergamena. Alla lente non parve inchiostro.

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