Valcourt e il restauro dell’Imperatore
Testo e idea di Enzo Favaro – immagine rielaborata dal web

Valcourt aveva deciso di chiamarlo restauro. Non pittura, non passatempo, non capriccio: restauro. La parola gli sembrava più dignitosa, più utile, quasi necessaria. In fondo non stava forse salvando dall’oblio una piccola statua dell’Imperatore, trovata mesi prima nel retrobottega di un rigattiere di Nîmes, fra due cornici tarlate, un candeliere zoppo e una pila di santini anneriti dall’umidità? Il venditore l’aveva liquidata con un’alzata di spalle: “Un soldatino grande, monsignore.” Valcourt, invece, aveva sentito subito il fremito della storia. Non era un soldatino grande. Era Napoleone. Un Napoleone maltrattato, certo, con il mantello sbiadito, una mano scheggiata e il volto così consunto da somigliare più a un notaio stanco che al padrone d’Europa; ma pur sempre Napoleone. Da quel giorno la statuetta aveva atteso sul tavolino, osservata, studiata, rimandata. Valcourt le passava davanti ogni mattina promettendole: “Appena avrò tempo, Sire.” E il tempo, come spesso accade agli uomini molto occupati a fantasticare, non arrivava mai.
Quel pomeriggio, però, lo prese come un segno. La luce entrava obliqua dalla finestra, accendendo il rosso delle tende e facendo brillare gli ori consumati degli armadi. Sul tappeto erano disposti pennelli, boccette, vernici, uno straccio pulito che diventò sporco prima ancora di essere usato e una scatolina di colori acquistata a caro prezzo da un mercante italiano che gli aveva giurato fossero “degni della scuola di David”. Valcourt non aveva la minima idea di che cosa significasse, ma la frase lo aveva colpito come una benedizione estetica.
Si mise all’opera con una serietà quasi militare. Prima osservò la statuetta da lontano. Poi da vicino. Poi di nuovo da lontano, perché gli artisti, lo sapeva, fanno sempre così. Teneva la tavolozza in una mano e il pennello nell’altra, con lo sguardo severo di chi sta per decidere il destino di una campagna. “Non tremare,” disse a se stesso, anche se la mano tremava abbastanza da rendere l’ammonimento poco credibile. Cominciò dall’uniforme. Un tono più vivo, pensava. Non volgare, non teatrale, ma imperiale. Dopo tre pennellate, la giubba sembrava quella di un generale sorpreso da una tempesta. Dopo cinque, quella di un ussaro reduce da una notte troppo lunga. Dopo sette, Valcourt si convinse che l’effetto fosse “audace”.
La parte più difficile fu il volto. Qui non si poteva sbagliare. La fronte doveva essere ampia, lo sguardo fermo, la bocca serrata con quella speciale espressione di chi non chiede permesso né quando entra in una stanza né quando ridisegna l’Europa. Valcourt intinse il pennello con prudenza e avvicinò la punta al viso della statuetta. Rimase immobile per quasi un minuto. Il silenzio della stanza si fece solenne. Poi, proprio mentre stava per tracciare l’ombra sotto lo zigomo, qualcuno bussò alla porta.
Il pennello scivolò.
Sul volto dell’Imperatore comparve una riga scura, obliqua, proprio sotto il naso.
Valcourt spalancò gli occhi.
“Chi è?” gridò, con una voce che avrebbe fatto arretrare un sagrestano e forse anche un battaglione.
Era il giovane domestico, venuto ad avvertirlo che il brodo era pronto.
“Il brodo?” ripeté Valcourt, fissando la statua mutilata dalla sua stessa mano. “Il brodo può aspettare. L’Impero no.”
Il domestico richiuse la porta senza discutere. Aveva imparato, con gli anni, che certe frasi di monsignore non chiedevano spiegazioni.
Valcourt tentò allora di rimediare. Allungò la riga, la sfumò, la corresse, la scurì, poi la schiarì. A un certo punto la macchia non sembrava più un errore: sembrava un baffo. Un baffo sottile, quasi insolente. Valcourt lo osservò con crescente allarme. Napoleone con i baffi era un pensiero intollerabile. Un’aberrazione. Un tradimento pittorico. Prese uno straccetto, lo inumidì con troppa trementina e lo passò sul volto della statuetta con decisione. Il risultato fu che sparì il baffo, ma con esso anche parte della guancia, un occhio e quel poco di dignità imperiale che restava.
“Mannaggia,” disse piano.
Si sedette.
Per alcuni minuti non fece nulla. Guardò la statuetta. La statuetta, dal canto suo, sembrava guardarlo con una severità nuova, come se gli stesse chiedendo conto non di Waterloo, ma di quel pomeriggio disastroso. Valcourt si sentì colpevole. Aveva voluto migliorare l’Imperatore e lo aveva quasi cancellato. Non era forse così che cominciavano tutte le catastrofi? Con buone intenzioni, troppa fiducia e un pennello in mano.
Poi l’orgoglio lo soccorse. Valcourt si rialzò, raddrizzò le spalle e ricominciò. Con più lentezza, con più rispetto, con una pazienza che raramente concedeva agli esseri umani ma che riservava volentieri agli oggetti napoleonici. Rifinì il volto, ricostruì lo sguardo, accennò appena la bocca, ridiede ombra al cappello, luce al petto, fermezza alla postura. A poco a poco la statuetta tornò a esistere. Non perfetta, certo. Forse nemmeno somigliante quanto lui avrebbe desiderato. Ma viva. E soprattutto sua.
Quando finalmente depose il pennello, il brodo era ormai freddo, la trementina aveva invaso la stanza e il cane, entrato per curiosare, si era fermato sulla soglia, aveva annusato l’aria e se n’era andato con una prudenza che Valcourt giudicò codardia.
“Anche tu,” disse, “non comprendi il momento storico.”
Poi fece un passo indietro. La statuetta, ora ravvivata dal colore, sembrava più fiera. Valcourt si sentì pervaso da una soddisfazione calda e segreta. Non era un capolavoro, forse. Ma nemmeno una rovina. Ed era bastato un pomeriggio di tremori, errori, macchie, brodo raffreddato e sdegno domestico per restituire all’Imperatore almeno una parte del suo splendore.
Restava solo da decidere dove collocarla.
Non sul camino: troppo esposto ai commenti. Non nello studio: troppo vicino ai libri, che avrebbero preteso serietà. Non nella cappella privata: lì persino Valcourt capiva che sarebbe stato prudente non insistere. Alla fine scelse un piccolo tavolino accanto alla finestra, dove la luce del mattino avrebbe toccato il volto della statuetta senza interrogarlo troppo.
Prima di uscire dalla stanza, si voltò ancora una volta.
“Ecco, Sire,” mormorò. “Non sarà David. Ma è devozione.”
E con questa frase, che gli parve sufficientemente nobile da meritare memoria, Valcourt andò finalmente verso il brodo freddo, convinto che anche le più grandi imprese imperiali, a ben guardare, avessero sempre richiesto qualche sacrificio domestico.


