Curiosità storiche

Il giocattolo degli dèi: quando gli studenti inseguivano una palla gigante

Testo di Enzo Favaro – immagini dal web.

A guardare oggi quelle fotografie dei primi anni del Novecento, la scena appare quasi irreale. Ragazzi in camicia con il colletto, studenti ordinati e composti secondo la moda del tempo, corrono su un campo dietro a una palla gigantesca. In un’immagine la sfera occupa quasi interamente un carro trainato da cavalli; in un’altra cancella alla vista un uomo intero, lasciando intravedere soltanto un piede e un cappello.

Quello strano sport si chiamava pushball, letteralmente “palla da spingere”. All’inizio del XX secolo fu considerato, almeno per un certo periodo, un gioco capace di distinguere i giovani universitari dai ragazzi più piccoli: una prova collettiva di forza, coraggio, spirito di classe e resistenza fisica.

Il pushball nacque negli Stati Uniti negli anni Novanta dell’Ottocento. A idearlo fu Moses G. Crane, inventore del Massachusetts, insoddisfatto del football americano. Uno dei suoi problemi, a suo giudizio, era molto semplice: durante una partita, il pallone era troppo piccolo e difficile da seguire, soprattutto quando si confondeva con il colore scuro del campo. Crane pensò allora che, se la palla fosse stata enorme, abbastanza grande da impedire a un giocatore di vedere chi si trovava dall’altra parte, il pubblico avrebbe seguito l’azione con maggiore facilità. Inoltre, un pallone di quelle dimensioni avrebbe introdotto nel gioco non solo abilità, ma anche un forte elemento comico e spettacolare.

Nel 1894 Crane fece costruire il primo pushball. Era formato da una struttura in legno rivestita di cuoio, aveva un diametro di sei piedi e tre pollici, cioè circa 1 metro e 90 centimetri, e pesava intorno alle 70 libbre, circa 32 chilogrammi. Costò 175 dollari, una cifra considerevole per l’epoca, equivalente a circa 6.775 dollari attuali.

Suo figlio Edwin Crane contribuì alla definizione delle regole e, l’anno seguente, portò il gioco ad Harvard, dove studiava. Il 3 novembre 1895, durante l’intervallo di una partita di football tra Harvard e l’Università della Pennsylvania, si tenne una dimostrazione di pushball davanti a circa ventimila spettatori. Edwin, naturalmente, era il capitano della squadra di Harvard.

I primi esperimenti, però, non furono sempre facili. Un episodio curioso avvenne il Giorno del Ringraziamento del 1902, quando W. Carsey, direttore dell’Equitable Park di New York, organizzò una partita tra i Metropolitans e gli All Americans. Per risparmiare, invece di procurarsi una palla ufficiale, affidò a un calzolaio la costruzione di una copia. Il risultato fu un pallone imbottito di fieno, troppo grande per entrare da una porta e quindi lasciato all’aperto durante la notte. Peccato che piovve a lungo: il giorno della partita, quella palla che avrebbe dovuto pesare circa 50 libbre arrivò a superare le 500 libbre, diventando quasi ingestibile.

Il regolamento ufficiale pubblicato dalla ditta sportiva Spalding prevedeva due squadre di undici uomini ciascuna: cinque attaccanti, due ali sinistre, due ali destre e due portieri. Lo scopo era spingere il grande pallone attraverso la porta avversaria. I pali erano alti 18 piedi, piantati nel terreno a una distanza di 20 piedi l’uno dall’altro, con una traversa posta a 7 piedi da terra. Se la palla passava sotto la traversa, la squadra otteneva 5 punti; se invece riusciva a mandarla sopra, ne otteneva 8.

Il gioco non era soltanto una mischia disordinata. Si studiavano azioni e strategie, alcune con nomi presi dal football, come la “flying wedge”, la “cuneo volante”. C’erano anche arbitri incaricati di stabilire se i placcaggi e gli interventi fossero regolari.

Il pushball trovò terreno fertile nei college americani, sempre alla ricerca di nuove forme di competizione e divertimento. Poiché poteva essere praticato su un campo da football, si diffuse con una certa facilità. Spalding arrivò persino a dichiarare che tutto lasciava pensare che il gioco avrebbe occupato un posto stabile tra gli sport americani.

Per qualche tempo sembrò davvero così. Il pushball attraversò anche l’Atlantico e arrivò infine fino in Australia. In Gran Bretagna, però, prese rapidamente forme più eccentriche. Già nel 1904 gli inglesi giocavano a pushball non solo a piedi, ma anche a cavallo e perfino in automobile. Un imprenditore britannico, E. V. Hanegan, contribuì molto a diffondere l’immagine quasi mitologica di questo sport. Fece costruire una propria versione della palla, per la quale, secondo il racconto, furono necessarie le pelli di nove cavalli.

Hanegan lo descrisse con parole enfatiche: il pushball era, secondo lui, “un gioco per giganti”, un gioco che gli dèi dell’Olimpo avrebbero potuto praticare senza perdere troppo della loro dignità.

Il caso della Miami University, nell’Ohio, mostra bene il ruolo sociale che il pushball poteva assumere nei college americani. Negli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, gli studenti avevano l’abitudine di affrontarsi in una violenta gara di cattura della bandiera. Gli eccessi di quella tradizione portarono alla sua proibizione all’inizio del Novecento. Ma restava il bisogno di una competizione rituale tra classi, qualcosa che rafforzasse lo spirito di appartenenza.

Nell’ottobre 1903, un editoriale non firmato pubblicato su The Student lamentava proprio la scomparsa di quella “distinzione di classe” che derivava dalle vecchie sfide. Uno studente chiedeva almeno un’attività capace di spingere i membri delle diverse classi a unirsi per una causa comune.

Nel 1909, il pushball sembrò offrire la risposta perfetta. A Miami, però, le regole vennero adattate: invece degli undici giocatori previsti da Spalding, ogni classe poteva schierare fino a trenta studenti. Il risultato era una massa compatta di giovani lanciati contro una palla enorme, con tutta l’energia e la rivalità tipiche della vita universitaria.

Il resoconto pubblicato l’anno seguente da The Student racconta la scena con tono ironico. In passato, spiegava, Sophomores e Freshmen, cioè studenti del secondo e del primo anno, regolavano i loro contrasti con metodi più brutali, come il cosiddetto “metodo dell’acqua”. Ora, invece, era arrivata sul campo una grande palla, più alta di qualsiasi uomo. Alcuni la chiamavano “il giocattolo degli dèi”; altri, più prosaicamente, dicevano che proveniva dall’Università del Michigan e che era costata 150 dollari. In ogni caso, arrivò sul campo sportivo il venerdì mattina e alle 10 venne usata da Sophomores e Freshmen per risolvere le loro rivalità. Sembrava abbastanza grande, commentava il giornale, per contenere tutti i loro problemi.

La palla venne posta al centro del campo e trenta uomini per parte si schierarono sulle linee di porta. Naturalmente nacquero subito le contestazioni: i Sophomores accusarono i Freshmen di essere in trentadue, mentre i Freshmen giurarono che i Sophomores erano in trentaquattro. Dopo tre conteggi, gli ufficiali vennero sistemati e il capitano Stone sparò il colpo di pistola d’inizio. Non fu un colpo “udito in tutto il mondo”, scrisse con ironia il cronista, ma bastò a produrre in pochi istanti una quantità impressionante di energia muscolare.

Da quel momento cominciò la carica. È difficile stabilire chi colpì per primo la palla, e in fondo poco importa: tutti la colpirono abbastanza presto.

Le fotografie confermano perfettamente quella descrizione. Si vede una massa di ragazzi lanciata contro l’enorme sfera, quasi intenti a travolgersi a vicenda dietro quello che potrebbe sembrare il gigantesco pallone da ping-pong degli dèi. In una scena riescono persino a sollevarlo sopra le teste; in un’altra, un ragazzo si arrampica sulla sommità della palla. In entrambi gli anni documentati, furono i Sophomores a conquistare il trofeo. Alla fine, le squadre, comprese le ragazze, posarono insieme davanti a Stoddard Hall, accanto a quella mostruosa sfera.

Nonostante l’entusiasmo iniziale, il pushball non ebbe lunga durata. Forse era semplicemente troppo ingombrante e poco pratico. Nel caso di Miami University, bisognava addirittura prendere in prestito la palla dall’Università del Michigan, distante circa 240 miglia, cioè 380 chilometri. Già nel 1912 il tiro alla fune era tornato a sostituire il pushball. Con lo scoppio della guerra nel 1914, anche l’interesse per quel tipo di competizione universitaria sembra essersi affievolito del tutto.

Oggi, nella pagina delle “tradizioni” della Miami University, quelle battaglie studentesche di inizio Novecento non vengono ricordate. Restano però le fotografie: immagini strane, potenti, quasi comiche, nelle quali un’intera epoca sembra inseguire una palla più grande dei suoi stessi protagonisti.

Le immagini conosciute del pushball provengono da varie fonti: le edizioni del 1903 e del 1907 della storia dello sport pubblicata da Spalding, conservate nell’Internet Archive; le fotografie delle partite del 1910 e del 1911 in Ohio, conservate dalla Miami University; e altre immagini di competizioni americane custodite presso la Library of Congress.

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