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Gli ufficiali del castello di Skokloster

Se oggi si percorrono i lunghi corridoi del castello di Skokloster, lo sguardo viene catturato da una schiera di uomini che sembrano osservare il visitatore in silenzio. Sono ritratti a grandezza naturale: ufficiali in posa fiera, sguardi duri, armature lucenti, mani che stringono spade e bastoni di comando. Non sono figure allegoriche né eroi immaginari. Sono uomini reali, soldati che hanno cambiato il destino della Svezia.

Nel 1623 fu il feldmaresciallo Herman Wrangel a volerli immortalare. Quei ritratti non dovevano essere semplici decorazioni, ma una dichiarazione di potere, memoria e ambizione. Gli uomini raffigurati avevano combattuto al suo fianco due anni prima, nel 1621, durante l’assedio di Riga: una vittoria decisiva che avrebbe assicurato alla Svezia il controllo delle coste del Mar Baltico.

All’epoca, l’idea stessa che la Svezia potesse diventare una grande potenza europea sembrava improbabile. Era un regno freddo, lontano dai centri tradizionali del potere, poco popolato. Eppure, all’inizio del XVII secolo, la mappa politica del Nord Europa stava cambiando rapidamente. Sotto il regno di Gustavo Adolfo, la politica estera svedese aveva un obiettivo chiaro e ambizioso: il dominium maris baltici, il dominio del Mar Baltico.

Dopo aver consolidato il controllo sull’Estonia e sui porti strategici di Narva e Reval, il re puntò a Riga, la più importante fortezza della Livonia. Nell’estate del 1621, l’esercito svedese cinse d’assedio la città. Dopo poco più di un mese di combattimenti, Riga capitolò. Fu un momento spartiacque: con quella vittoria iniziava l’ascesa della Svezia come grande potenza militare europea.

Gli uomini ritratti a Skokloster erano lì, sotto le mura di Riga. Avevano condiviso il fango delle trincee, la fame, il rumore dell’artiglieria e l’attesa interminabile prima dell’assalto finale. Erano loro a incarnare il nuovo esercito svedese: disciplinato, moderno, temuto.

L’era che si aprì allora — la stormaktstiden, l’“Era della grande potenza” — avrebbe lasciato un’impronta profonda non solo nella politica e nella guerra, ma anche nell’arte e nell’architettura. Il castello di Skokloster ne è una delle espressioni più spettacolari. Oggi è considerato uno dei castelli barocchi meglio conservati al mondo, il più grande palazzo privato mai costruito in Svezia, acquisito dallo Stato nel 1967 e trasformato in museo. Le sue sale custodiscono oltre 50.000 oggetti: armi, libri, arazzi e più di seicento dipinti.

Ma Skokloster non fu solo un monumento all’Impero: fu anche il sogno personale di un uomo.

Il castello venne costruito a partire dal 1654 dal figlio di Herman, Carl Gustaf Wrangel, uno dei personaggi più potenti della Svezia del XVII secolo. Per lui, Skokloster non doveva essere una semplice residenza aristocratica. Doveva essere un simbolo, una testimonianza tangibile della grandezza raggiunta dalla sua famiglia.

Carl Gustaf era nato proprio lì, in una precedente casa in pietra medievale. La tenuta apparteneva ai Wrangel dall’inizio del secolo, ereditata dal padre. Ricostruirla in forma monumentale significava trasformare un’eredità familiare in una dichiarazione eterna di potere. Per questo motivo Wrangel raccolse una straordinaria collezione d’arte, includendo maestri come Lucas Cranach, Jan Steen, David Klöcker Ehrenstrahl e Giuseppe Arcimboldo, artisti incontrati e ammirati durante le sue campagne militari in Europa.

Eppure, l’anima più profonda di Skokloster non nasceva da lui, ma da suo padre.

Herman Wrangel non era solo un comandante temuto. Era anche un uomo colto, appassionato d’arte, consapevole del valore della memoria. Nato in Estonia negli anni Ottanta del Cinquecento, apparteneva a una potente famiglia nobile tedesco-baltica. Aveva fatto carriera sotto Carlo IX e Gustavo Adolfo, combattendo contro Danimarca e Russia, fino a diventare feldmaresciallo nel 1621.

La sua vita privata, però, fu segnata da lutti e tragedie. Si sposò tre volte e perse due mogli in giovane età. Attraverso matrimoni accuratamente scelti, la famiglia Wrangel consolidò la propria posizione tra le élite svedesi, arrivando infine a legarsi persino a una casata principesca tedesca.

Quando Herman Wrangel morì a Riga nel 1643, spirò nello stesso luogo dove aveva guidato l’assedio ventidue anni prima. Era come se la sua vita si chiudesse esattamente dove la sua leggenda era iniziata.

Ma torniamo ai ritratti.

Gli ufficiali raffigurati sulle pareti di Skokloster non erano un gruppo omogeneo. Al contrario, rappresentavano un mosaico internazionale. L’esercito svedese del primo Seicento era una calamita per soldati di tutta Europa. Tedeschi, baltici, scozzesi, inglesi e francesi affluivano per servire sotto il “Leone del Nord”.

Tra loro c’erano uomini dal carattere leggendario. Patrick Ruthven, scozzese, famoso per la sua capacità di bere più di chiunque altro nell’esercito — persino più del re. In Germania lo chiamavano “Pater Rötwein”, Padre Vino Rosso. Si dice che sfruttasse l’alcol non solo per divertimento, ma per carpire segreti ai compagni di bevute.

David Drummond, invece, passò alla storia come il primo fumatore di tabacco documentato in Svezia. Un’abitudine considerata scandalosa e pericolosa: le autorità temevano incendi, la regina Cristina valutò persino di vietare il tabacco. Eppure, Drummond continuò a fumare, lasciando dietro di sé una storia che si chiude con un enigma macabro: quando la sua tomba fu aperta più di un secolo dopo, il cranio risultò separato dal corpo.

Altri ufficiali erano noti per il temperamento violento. Jöran Polman, ad esempio, in una taverna di Stoccolma, dopo essersi visto negare un’ulteriore bevuta, afferrò un garzone e gli strappò metà della barba. Un episodio che dice molto sulla brutalità quotidiana che accompagnava la vita militare.

E poi c’era lui: Georg Günther Kräill von Bemeberg.

Ingegnere militare, stratega, capitano. Ma anche pittore. Studiò fortificazioni a Utrecht, progettò l’assedio di Riga e fu spesso presente in prima linea. Nel 1623, mentre Herman Wrangel era incaricato di difendere Kalmar da una possibile invasione polacca che non arrivò mai, Kräill trovò un altro modo per combattere il tempo e l’attesa.

Nelle casematte del castello di Kalmar allestì uno studio improvvisato. Cinque ufficiali accettarono per primi di posare. Poi altri quattordici li seguirono. Tra l’estate e l’autunno di quell’anno, Kräill dipinse venti ritratti a grandezza naturale. Con il pennello fece ciò che la guerra non poteva: fermare il tempo.

Oggi, a distanza di quattro secoli, quegli uomini continuano a fissarci dalle pareti di Skokloster. Non parlano. Non si muovono. Ma raccontano una storia fatta di ambizione, violenza, arte e memoria. La storia di un impero nato dal freddo del Nord — e di uomini che vollero essere ricordati per sempre.

Lo Stato Maggiore (in ordine di apparizione): i colonnelli Patrick Ruthven e Nils Assarson; i tenenti colonnelli David Drummond, Thomas Muschamp, Lars Kagg e Otto von Schneiding; e il maggiore Johan Nieroth.

I Capitani (in ordine di apparizione): Påwel von Essen, Herman von Cappel, Erik Ulfsparre af Broxvik, Wilhelm Mann, Johan Patkull, Herman Buttenskog, Carl Kammel, Claude Gebhardt de Laval e Johan Klingspor.

I capitani Jörgen Pålman e James King, le cui storie sono raccontate nell’articolo sopra.

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