Pensieri in libertà

Cheese!

Noi fermiamo l’istante, lui fermava il tempo

Testo di Enzo Favaro – immagine dal web

“Cheese”
dite tutti “Cheese” !

“Cheese… cosa è cheese, Andries?”

Lui sorride, ma questa volta senza ridere.

“Niente,” dice. “Non è ancora niente.”

Si ferma un istante, poi aggiunge, come se parlasse a qualcuno che non è nella stanza:

“Un giorno lo direte. Sempre.
Prima di ogni immagine.
Prima di ogni piccolo autoritratto fatto al volo.
Prima di ogni selfie.”

“Selfie?” domanda una delle sorelle.

Andries abbassa gli occhi, quasi divertito dalla propria follia.

“Sì,” dice piano.
“Così si chiameranno.
Vi metterete vicini, stretti stretti, davanti a una piccola macchina lucida.
Direte cheese… e in un attimo il vostro viso resterà fermo.”

Uno dei bambini ride.

“Come un ritratto?”

“No,” risponde Andries.
“Molto più veloce.
Molto più facile.
E forse per questo anche più fragile.”

La parola cade nella stanza come un oggetto estraneo, lucido e inutile.
Nessuno la raccoglie davvero.

Uno dei bambini prova: “Chee…se?”
e ride, perché non sa cos’altro farne.

Le sorelle si irrigidiscono appena.
Guardano Andries, poi abbassano gli occhi, poi li rialzano.
Non capiscono se devono obbedire o ignorare.

Il padre non si muove.
Tiene la Bibbia aperta, ma ora non legge più. Guarda.

“Guardatemi,” ripete Andries, più piano.

E allora succede.

Gli sguardi arrivano.
Non insieme, non uguali — ma arrivano.

Uno diretto, troppo diretto.
Uno sfuggente.
Uno già stanco.
Uno curioso, quasi divertito.

La madre sistema appena il bambino, che non ha nessuna intenzione di collaborare.
Si muove, si agita, vive.

“Cheese…” mormora ancora qualcuno, ma la parola si spegne da sola.

Non serve.

Andries lo capisce in quell’istante.

Non è quello che cerca.

Non vuole un suono che li unisca in un sorriso breve,
non vuole un attimo che si chiuda prima ancora di esistere.

Fa un passo indietro.

“Così,” dice. “Restate così.”

E il tempo, lentamente, cambia consistenza.

Non scorre più.
Si tende.

I volti non si aggiustano — si fermano.
Le mani restano dove sono, anche se scomode.
Gli occhi smettono di cercare qualcosa e iniziano a stare.

Il padre chiude la Bibbia, ma senza rumore.
La madre respira più piano.
Uno dei bambini si abbandona sulla sedia, e in quel gesto c’è più verità che in qualsiasi posa.

Andries li guarda.

E capisce che quella parola — cheese —
appartiene a un tempo che non è il loro.

Un tempo veloce, leggero,
dove i momenti si afferrano e subito si perdono.

Qui no.

Qui il momento si costruisce.
Si sopporta.
Si tiene fermo finché diventa qualcosa di più di un istante.

“Guardatemi,” dice ancora.

Ma ora non è un comando.

È una richiesta di esistere insieme, abbastanza a lungo
da lasciare un segno.

Alza i pennelli.

E mentre nel futuro qualcuno dirà quella parola mille volte,
senza peso, senza attesa—

qui, adesso,

nessuno la ripete più.

E proprio per questo
il momento resta.

Adesso lo so.

Lo so perché sono morto.

Sono morto poco dopo questo quadro.
Avevo poco più di vent’anni.
Mi chiamavo Andries van Bochoven e quasi nessuno avrebbe ricordato il mio nome, se non fosse stato per questa stanza, questa tavola, questa ostinazione di trattenere tutti ancora un poco davanti a me.

Dipinsi altro, sì.
Qualche natura morta, qualche studio.
Ma è questo il quadro rimasto vivo.

Ironia strana.

Io, così giovane, che cercavo forse soltanto di mostrarmi pittore davanti alla mia famiglia — con i pennelli in mano, lo sguardo serio, già un poco fiero di me stesso — sono diventato famoso proprio grazie a questo lungo lento pranzo immobile.

Un autoritratto travestito da famiglia.

O forse una famiglia usata per non sparire.

Ora li guardo da fuori.
Guardo me stesso da fuori.

E guardo voi.

Le vostre tavole illuminate da piccoli schermi.
Le vostre mani che sollevano bicchieri prima ancora di assaggiare il vino.
Le vostre facce che si stringono una contro l’altra.

“Selfie”, li chiamate.

E prima dello scatto dite davvero quella parola.

“Cheese.”

La dite tutti.
Sempre.

Lo fate per sembrare felici.
Per sembrare uniti.
Per lasciare una prova rapidissima del vostro passaggio.

Click.

E il momento è già morto.

Da questa mia nuova distanza capisco finalmente la differenza.

Voi fermate l’istante.
Io cercavo di fermare il tempo.

Per questo i miei personaggi sembrano trattenere il respiro.
Per questo i loro occhi hanno quell’aria un poco smarrita, quasi imbambolata, che conosco bene ormai nei vostri selfie.

Ma nei vostri volti il tempo scivola via.
Nei miei invece resta impigliato.

Qui la posa pesa.
Qui la memoria richiede fatica.
Qui ogni mano deve stare ferma abbastanza a lungo da diventare eterna.

E così eccomi ancora qui.

A vent’anni per sempre.

Con i pennelli in mano.

Mentre vi guardo dire “cheese”
in migliaia di pranzi futuri.

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