Prologo
Amerongen, novembre 1911
Quando Enno Maurits Fagel tornò ad Amerongen, il castello gli apparve più piccolo di come lo ricordava e più ostinato. Le torri non si levavano sopra il bosco: vi si tenevano aggrappate, scure per la pioggia di novembre, come se la casa avesse imparato nei secoli a non farsi notare. Dal Reno saliva una nebbia bassa. Sui vetri, il giorno si spegneva prima ancora di essere cominciato.

Erano trascorsi quasi quarant’anni dalla sua ultima visita. Allora portava l’uniforme e credeva che ogni luogo potesse essere compreso studiandone gli accessi, le distanze e le vie di fuga. Ora aveva sessantotto anni, un bastone che usava soltanto quando nessuno lo guardava e una pazienza da archivista, maturata fra inventari incompleti, sigilli spezzati e date corrette da mani morte da tre secoli.
Lo aveva invitato Hendrik de Graaff, amministratore del castello da più di trent’anni, perché ordinasse una parte della biblioteca e verificasse l’attribuzione di alcuni oggetti. L’incarico era semplice solo nella lettera con cui gli era stato proposto. Amerongen era bruciato nel 1673, durante l’invasione francese, ed era rinato pietra dopo pietra. Ogni ricostruzione aveva salvato qualcosa e nascosto qualcos’altro.
De Graaff lo attendeva sotto il portico, asciutto e diritto nel soprabito nero. Non gli tese subito la mano. Guardò prima la cassa di noce che il cocchiere stava posando a terra.
— I documenti? — domandò.
— No. I documenti viaggiano peggio degli uomini, ma meglio dei cavalli. Questi sono cavalieri.
De Graaff sollevò appena un sopracciglio. Enno aprì la cassa quel tanto che bastava a mostrare quattro piccoli figurini di metallo, avvolti nella bambagia: un corazziere, un arciere a cavallo, un ufficiale con la gorgiera e un cavaliere in armatura nera su un cavallo bianco.
— Soldatini.
— Figurini — corresse Enno. — I soldatini combattono. Questi ricordano.
L’amministratore richiuse il coperchio senza replicare. Dentro, una lancia sottile urtò il legno con un suono breve.
Attraversarono sale dove il freddo sembrava conservato insieme ai mobili. Enno camminava lentamente, non per stanchezza ma per abitudine. Notò una coppia di guanti d’arme esposta sotto uno specchio e si fermò.
— Non appartengono alla stessa armatura.
— Sono lì da prima che arrivassi.
— Anche gli errori possono diventare tradizione.
De Graaff lo guardò come si guarda un ospite che ha appena annunciato di voler spostare i muri.
Nel corridoio superiore passarono davanti al ritratto di Margaretha Turnor. Il volto era severo, le mani ferme sul grembo; dietro di lei, una finestra dipinta apriva su un giardino che non esisteva più. Enno fece due passi, poi tornò indietro. Non era lo sguardo della donna ad averlo trattenuto, ma la sua direzione. Margaretha non guardava il pittore. Guardava oltre la cornice, verso la porta della biblioteca.
— Il quadro è sempre stato qui? — chiese.
— Da quando il castello fu ricostruito.
— E prima dell’incendio?
— Prima dell’incendio quasi niente era qui.
La biblioteca occupava il lato orientale. Alle finestre, il parco era già una massa grigia. De Graaff accese due lampade e posò sul tavolo le piante che Enno aveva richiesto: rilievi recenti, una copia ottocentesca del progetto di ricostruzione e un foglio più antico, annerito ai margini.
Enno non si tolse il cappotto. Misurò la stanza con lo sguardo, poi con un nastro di tela. Ripeté l’operazione nel corridoio. Tornò alla pianta e appoggiò l’unghia fra due linee.
— Qui manca un metro e quarantasei.
— I muri antichi non sono regolari.
— Questo non è un muro irregolare. È uno spazio regolare che qualcuno ha smesso di disegnare.
De Graaff non rispose. Enno aprì la cassa di noce e dispose i quattro figurini sul tavolo per liberare il doppio fondo dove teneva compasso, lente e calibro. Il cavaliere nero era l’ultimo. Nel sollevarlo, la lancia si staccò dalla mano metallica, cadde e rotolò sotto lo scaffale più basso.
Enno si inginocchiò con una smorfia. La punta della lancia aveva urtato il battiscopa e il suono era tornato vuoto, troppo lungo per il legno pieno. Batté con le nocche: una volta, due. Al terzo colpo de Graaff si avvicinò.
— Che cosa avete sentito?
— Quello che non dovrebbe esserci.
Sul fianco dello scaffale correva un fregio di foglie scolpite. Tutte si piegavano nella stessa direzione, tranne una. Enno la premette. Non accadde nulla. Provò a sollevarla e avvertì sotto il polpastrello lo scatto di una molla. Lo scaffale si mosse verso di loro di pochi millimetri, liberando un soffio d’aria fredda e secca.
De Graaff portò la lampada. Insieme spinsero. Il mobile ruotò lentamente su cardini nascosti, con un gemito che parve attraversare l’intera casa.
La stanza oltre il muro non era più larga di un corridoio. Non aveva finestre. L’aria odorava di cera, rame e polvere asciutta. Sulla parete di fondo, un drappo scolorito proteggeva una cassettiera alta fino al soffitto. Cinquantasette piccoli cassetti occupavano il fronte, numerati in successione dal 158 al 214.
Enno entrò per primo. La luce della lampada fece brillare linee dorate, un azzurro profondo, il bianco di un cavallo. In uno dei cassetti socchiusi riposavano una lastra di rame e una carta dipinta a mano. Vi compariva un cavaliere sconosciuto, circondato da segni che non appartenevano a nessun alfabeto che Enno ricordasse.
Aprì un secondo cassetto, poi un terzo. Ogni vano custodiva una matrice e la sua immagine: cavalieri, araldi, mercanti, uomini in viaggio. Non erano ritratti. Le figure si somigliavano troppo e differivano nei dettagli come variazioni di una stessa memoria.
— Quanti sono? — mormorò de Graaff.
Enno contò i cassetti, non le carte. — Cinquantasette.
Uno dei primi cartigli portava il numero 161.
Il cassetto era vuoto.
Non vuoto come un vano mai utilizzato. Sul velluto scuro rimaneva il rettangolo più chiaro lasciato da una lastra; negli angoli, quattro graffi indicavano che era stata sollevata molte volte. Enno passò il pollice sul fondo. Il rame non c’era, la carta non c’era, e tuttavia qualcosa era rimasto.
Incisi nel legno si distinguevano quattro segni disposti in cerchio: un germoglio chiuso; un sole attraversato da brevi raggi; una foglia inclinata verso il basso; un ramo nudo sotto una stella. Al centro, due lettere unite da un tratto verticale: EF.

Enno avvicinò la lampada. Gli stessi caratteri, più piccoli, comparivano sul margine della carta nel cassetto accanto.
— Una firma? — chiese de Graaff.
— Forse.
— Di chi?
Enno guardò il germoglio, il sole, la foglia e il ramo. Non disse che gli ricordavano l’ordine di un anno. Non disse neppure che, sul legno sotto la stella, la polvere era stata smossa di recente.
Alle loro spalle, nella biblioteca, il legno della scaffalatura si assestò con un colpo secco.
Enno non rispose. Tornò al cassetto 161 e, per la prima volta da quando aveva varcato il portico, sentì il castello non come un edificio da misurare, ma come una mente che aveva atteso a lungo il momento di ricordare.


