5. Il ritratto in pegno
Monte San Savino–L’Aia, 30 novembre–8 dicembre 1911
Monte San Savino apparve a Enno come una nave di pietra arenata sopra la Val di Chiana.
Il treno li aveva lasciati ad Arezzo sotto una pioggia sottile. Da lì avevano proseguito in carrozza, fra campi spogli e filari anneriti dall’inverno. Clara teneva sulle ginocchia la cartella con le fotografie; Enno guardava il profilo del paese avvicinarsi e cercava la torre che l’Estate aveva ridotto a pochi tratti.
La riconobbero prima di entrare nella piazza. Il Cassero non aveva l’eleganza dei palazzi rinascimentali che gli erano cresciuti accanto. Era una massa chiusa, costruita per sorvegliare e sopravvissuta abbastanza a lungo da essere costretta a custodire cose diverse: armi, denaro, pegni, infine memorie.

Ad attenderli c’era il notaio Cesare Fabbrini, segretario della commissione municipale. Aveva ricevuto il telegramma di Clara, la lettera di presentazione di Arnim e nessuna spiegazione capace di soddisfarlo.
— Cercate un dipinto del Cinquecento, ma non sapete chi rappresenti.
— Potrebbe rappresentare Giovanni Maria Ciocchi del Monte — disse Clara.
— Il papa Giulio III.
— Prima che fosse papa, oppure dopo. Potrebbe essere una copia.
Fabbrini guardò Enno. — E voi cercate che cosa?
— Il retro.
Il notaio decise che gli stranieri erano almeno coerenti nella loro stranezza e li fece entrare.
Nella sala bassa del Cassero l’umidità saliva dai muri nonostante i bracieri. Due casse contenevano registri trasferiti dal palazzo comunale; altre carte erano ammucchiate su un tavolo in attesa di essere ordinate. Fabbrini conosceva la storia dell’edificio meglio degli inventari che custodiva. Spiegò che Firenze aveva ceduto la rocca alla comunità nel 1588. Sei anni dopo vi era stato trasferito il Monte Pio, fino ad allora ospitato nelle Logge. Nel 1617 il Cassero era stato venduto a un privato; il Monte aveva dovuto sgomberare nel 1619 e sarebbe tornato soltanto nel 1638, quando la comunità aveva riacquistato la fortezza.
Enno posò sul tavolo la copia della ricevuta viennese. — Segno del Monte. Non indicava il paese. Indicava anche l’istituzione.
— E la torre dell’Estate era il Cassero — disse Clara.
Fabbrini lesse senza comprendere il riferimento. — Se un quadro fu dato in pegno nel 1594, dovrebbe comparire nel primo libro del Monte.
— Lo avete?
Il notaio indicò le casse. — Se lo abbiamo, non sa di esserlo.
Lavorarono fino a sera. I registri più antichi non erano libri ordinati, ma fascicoli cuciti in epoche diverse. Le ricevute nominavano lenzuola, attrezzi, anelli, stoviglie, piccole immagini sacre. Dietro ogni oggetto c’era una necessità ridotta a poche parole e a una somma.
Fu Enno a trovare Orazio Bellanti. Il nome compariva il 12 ottobre 1594 accanto a un debito di trentaquattro scudi. L’oggetto lasciato in garanzia era descritto come ritratto di prelato della casa del Monte, con tela doppia e cornice nera.
— Tela doppia — disse.
Clara avvicinò la lampada. Sotto la descrizione, una seconda mano aveva aggiunto: consegnato da donna Isabetta S., per conto del debitore.
Per alcuni istanti nessuno parlò.

— Isabetta — disse Enno.
— Un nome, finalmente — rispose Clara. — Non ancora una storia.
Il fascicolo successivo conteneva la supplica di Bellanti. Era stato amministratore di beni appartenuti a un ramo minore dei Ciocchi del Monte; accusato di aver anticipato denaro senza autorizzazione, aveva perso l’incarico e chiesto tempo per riscattare il dipinto. Il tempo gli era stato concesso due volte. Non era tornato.
Sul margine inferiore della ricevuta Isabetta aveva lasciato tre parole: Non dividere le tele.
Enno le rilesse. — Sapeva che il quadro sarebbe stato esaminato.
— O sapeva che qualcuno avrebbe tentato di separarlo dalla fodera — disse Clara.
La registrazione del 1619 segnava il destino dei pegni non riscattati. Quando il Monte fu sgomberato, una parte venne trasferita nelle Logge, una parte venduta per coprire i crediti. Il ritratto del prelato fu compreso in un lotto acquistato da Lorenzo Falcucci, mercante livornese.
Accanto al nome, un segno tracciato con inchiostro sbiadito somigliava a una foglia inclinata.
Clara confrontò la fotografia dell’Estate. — È lo stesso segno.
— Lasciato da Isabetta?
— Oppure da chi continuò il suo compito.
Fabbrini si alzò. — Se il quadro partì nel 1619, qui non troverete il retro.
— Troveremo la strada — disse Enno.
Il giorno seguente il notaio li condusse nella vecchia sala del Monte. Dietro un armadio murato era rimasta una nicchia rettangolare, troppo bassa per un uomo e abbastanza larga per custodire tele. Sul fondo si vedevano numeri a carbone. Il trentadue era stato cancellato; sotto, una mano aveva scritto 161.
Clara passò la punta del dito vicino alla cifra senza toccarla. — Non è un numero d’inventario. Gli altri arrivano a quarantasei e seguono l’ordine dei pegni. Questo è stato aggiunto.
Sul bordo di pietra trovarono due lettere incise: EF.
Enno non provò la soddisfazione che si era aspettato. In quel luogo, fra debiti mai pagati e oggetti abbandonati, la sigla perdeva ogni apparenza di marchio sapiente. Sembrava una promessa fatta da qualcuno che non poteva conservare altro.
— Ricevuto e affidato — disse.
Fabbrini lo udì. — Che cosa significa?
— Che Isabetta non nascose la carta perché rimanesse qui per sempre. Scelse un oggetto destinato a muoversi.
— Un pegno può essere riscattato.
— O venduto — disse Clara. — In entrambi i casi cambia custode senza attirare attenzione.
La contabilità di Falcucci sopravviveva soltanto in copie notarili. Un atto del 1621 elencava merci spedite da Livorno ad Amsterdam: stoffe, vetri veneziani, sei dipinti religiosi e un ritratto di cardinale su tela doppia. Il compratore era Joachim van der Meer.
— La carta ripartì per il nord — disse Enno.
— Il quadro ripartì — lo corresse Clara. — La carta, se è ancora dentro, viaggiò senza essere nominata.
La distinzione conteneva l’intero metodo di Isabetta.
Clara osservò l’ombra. — E questa volta lo spazio punta a nord.
La ricerca del ritratto durò sei giorni e attraversò tre secoli in poche cartelle. Van der Meer era morto senza figli. Il dipinto era passato a una sorella a Leida, poi a un nipote dell’Aia. Nel 1712 era stato venduto come Ritratto di prelato italiano. A Londra, nel 1796, aveva perso perfino quel nome ed era diventato Uomo in rosso. Nel 1843 un restauratore aveva sostituito la cornice ma annotato una particolarità: doppia tela antica, non rimossa per volontà del proprietario.
L’ultima traccia era un catalogo d’asta di Rotterdam del 1887. Il compratore aveva lasciato soltanto le iniziali W.V.H.
Clara trovò il nome in un elenco di prestatori a una mostra dell’Aia: Jacob van Houten, collezionista di ritratti anonimi. Era morto nel 1909. La raccolta non era stata dispersa e sua figlia la conservava nella casa di famiglia.
Enno ripiegò il catalogo. — Siamo partiti da Amerongen per cercare una carta in Italia.
— E l’Italia ci rimanda a cento chilometri da Amerongen.
— Le strade ben costruite fanno sembrare inevitabile il luogo d’arrivo.
— Soltanto dopo che vi si è arrivati.
Scrissero alla signora van Houten da Firenze. La risposta li raggiunse a Milano: il ritratto esisteva, non era attribuito e non era in vendita. Clara telegrafò che non intendevano acquistarlo. La signora rispose che quella era la prima ragione convincente per riceverli.
L’8 dicembre entrarono in una casa affacciata su un canale dell’Aia. Il dipinto era appeso nella sala della musica. Rappresentava un uomo sulla sessantina, in abito cardinalizio, con una lettera chiusa nella mano sinistra. Il volto non coincideva con i ritratti noti di Giulio III, ma sul sigillo dipinto compariva il monte a sei cime dei Ciocchi.
— Una copia imperfetta — disse Enno.
La signora van Houten, una donna minuta con capelli d’argento, sorrise. — Mio padre comprava soprattutto le attribuzioni imperfette. Costavano meno e gli permettevano di discutere più a lungo.
Clara studiò i bordi. La tela era stata rifoderata, ma non secondo il metodo ottocentesco. Una seconda tela, più antica, aderiva soltanto lungo il perimetro. Fra le due superfici, in basso a destra, si avvertiva una rigidità rettangolare.
— È sempre stata così? — domandò.
— Da quando ricordo. Mio padre proibì al restauratore di aprirla. Diceva che sul telaio era scritto di non farlo.
Tolsero il quadro dalla parete. Sul traverso inferiore, sotto due etichette d’asta, apparve una frase italiana quasi cancellata: ciò che cade mostra ciò che resta.
Accanto alla frase, la foglia e le lettere EF.
La signora van Houten guardò Clara. — Adesso volete aprirlo.
— Soltanto la cucitura esterna — disse Clara. — E soltanto davanti a voi.
Il filo cedette senza spezzare la tela. Fra il ritratto e la fodera c’era una tasca lunga quanto un avambraccio. Clara introdusse una spatola piatta e ne fece uscire un involto di carta oleata.
Sul primo lembo era scritto, in italiano: Isabetta di Simone, 1594.
Sotto il nome compariva un’unica istruzione: Al mutare della strada, conserva il nome che fu lasciato.
Clara aprì l’involto.
La cornice dorata era occupata da foglie rosse, ghiande e frutti maturi. Nel cielo azzurro, la luna sembrava più vicina; il sole era basso, quasi impigliato nei rami. Il cavaliere avanzava ancora sul cavallo chiaro, ma il sentiero si divideva dietro di lui. Gli strumenti erano raccolti, pronti per essere trasportati.
Il numero in alto era 161.
In basso si leggeva: Nu is het Herfst.
Ora è Autunno.
EF compariva vicino alla biforcazione del sentiero.

La carta 161 — Autunno
La signora van Houten chiese che la carta rimanesse sul tavolo della musica. Clara accettò. Chiuse le imposte, allontanò il vaso di fiori e dispose i veli protettivi come aveva fatto ad Amerongen.
Enno confrontò l’Autunno con le fotografie delle prime due stagioni. Il cerchio dei dodici segni era ancora presente, ma non aveva più l’aspetto di un quadrante. Una metà correva lungo il sentiero che proseguiva diritto; l’altra seguiva la deviazione dietro il cavallo. Al quarto segno, quello indicato dall’Estate, le due serie si separavano.
— La strada cambia qui — disse.
Clara orientò la carta con la stella della Primavera in alto e avanzò di quattro posizioni. Arrivò alla biforcazione.
— Se continuiamo sulla linea esterna otteniamo i segni visibili. Se seguiamo la deviazione, troviamo quelli coperti dalle foglie.
Con una luce radente apparvero piccole parole sotto il colore. Non erano state cancellate; erano state velate con una tinta bruna. Nomi di città e di persone affioravano incompleti: Praga velata da Vienna; Kamenický coperto dal nome van Steen; più in basso, un cognome italiano quasi illeggibile sotto un diverso nome olandese.
Enno si fermò sul nome sovrapposto.
— Van Steen.
— Il nome assunto — disse Clara. — Sotto è ancora visibile quello originario.
La frase di Isabetta acquistò allora un significato preciso. L’Autunno non indicava una nuova destinazione. Dava la terza regola: quando il percorso si divideva, bisognava leggere lo strato che la carta aveva nascosto.
— Primavera: orientare — disse Enno.
— Estate: avanzare di quattro.
— Autunno: alla biforcazione, scegliere ciò che è stato coperto.
La signora van Houten li ascoltava in silenzio. — E così leggerete il nome di quell’uomo?
— Non su questa carta — rispose Clara. — Questa ci insegna come cercarlo.
Sul retro dell’Autunno trovarono due impronte di ceralacca, entrambe spezzate. Una portava il monte dei Ciocchi; l’altra una torre circondata dall’acqua. Fra i due sigilli, Isabetta aveva scritto: L’ultima conserva tutti i nomi e non deve viaggiare.
Enno pensò alla frase della seta: L’ultima non entra nella parete. Finché l’anno non sarà intero, l’Inverno rimarrà con me.
— Isabetta custodiva l’Autunno — disse. — Ma sapeva chi aveva l’Inverno.
Clara indicò il tempo verbale. — “Rimarrà con me” non è necessariamente Isabetta. Potrebbe essere la voce dell’ultima custode.
— Margaretha.
— Potrebbe.
La torre nel secondo sigillo non era quella di Monte San Savino. Enno la riconobbe dalla forma del tetto e dalle due linee ondulate alla base: Amerongen prima dell’incendio, visto dal Reno.
Il percorso meridionale non terminava dunque in Italia. Isabetta aveva separato la carta, protetto la regola e predisposto il ritorno dell’indizio verso il nord. Non aveva portato con sé l’Inverno. Aveva impedito che chi seguiva l’Autunno sapesse dove cercarlo finché le prime tre stagioni non fossero state comprese.
— È per questo che la carta ha viaggiato dentro un ritratto — disse Enno. — Non per nascondere una destinazione. Per conservare un modo di leggere.
Clara fotografò le due serie di segni e il nome velato. Poi richiuse l’Autunno nell’involto di Isabetta.
— Non la portate con voi? — domandò la signora van Houten.
Enno guardò la carta, quindi il ritratto. — È arrivata fin qui perché nessuno ha preteso di riunirla alle altre.
La donna annuì. — Mio padre avrebbe approvato. Soprattutto perché non gli avete attribuito il quadro.
La tasca fra le tele non venne richiusa definitivamente. Clara applicò una cucitura riconoscibile e lasciò una dichiarazione firmata, con la data e i nomi dei presenti. L’Autunno rimase nella casa dell’Aia; con Enno e Clara partirono le fotografie e le tre istruzioni.
Tornarono ad Amerongen la sera stessa. De Graaff li attendeva nella biblioteca. Il sigillo posto sul cassetto 161 era intatto. Anche la striscia firmata giaceva nella stessa posizione.
— Avete trovato la carta? — chiese.
— L’abbiamo trovata e lasciata dov’era — rispose Enno.
De Graaff guardò la cartella vuota che portavano. — Avete attraversato mezza Europa per non riportare nulla.
Clara depose sul tavolo tre fotografie: il germoglio, il sole e la foglia. — Abbiamo riportato tre verbi: orientare, contare, scoprire.
Enno aprì il cassetto e posò la Primavera accanto alle immagini dell’Estate e dell’Autunno. Non erano le quattro carte sul tavolino che aveva immaginato. Due erano soltanto fotografie; eppure, per la prima volta, le stagioni non formavano soltanto un cerchio: indicavano un percorso.
Rimaneva il ramo nudo sotto la stella.
De Graaff si voltò verso il corridoio. Il ritratto di Margaretha non si vedeva dalla biblioteca, ma tutti e tre guardarono verso di esso.
— L’ultima non entra nella parete — disse.
